Quante volte nell’arco di una giornata capita di guardare offerte di lavoro? Non necessariamente perché si stia cercando, anche solo per guardarsi intorno, si apre LinkedIn, Infojobs, quando improvvisamente si materializza il tuo responsabile dicendoti che “mi sono accorto che passi più tempo su LinkedIn ultimamente e vorrei parlarti del tuo percorso lavorativo per capire sei soddisfatto qui”.
Doh! (direbbe Homer Simpson)
Perdere un dipendente o un collaboratore per le aziende è un costo. Per questo stanno aumentando gli sforzi per capire quali lavoratori sono a rischio e cercare di intervenire. Le analisi e le statistiche effettuate sono le più disparate, e si spingono fino a una orwelliana sorveglianza dei profili dei dipendenti sui social media.
Un interessante articolo della Harvard Business Review prende in esame le statistiche che riguardano ciò che spinge i lavoratori a lasciare.
Le ragioni “classiche” a cui si è fatto riferimento per anni sono: non c’è sintonia con il capo, non si vedono opportunità di crescita all’interno dell’azienda, o si ricevono proposte migliori (e spesso meglio retribuite).
Nuove ricerche mostrano però che c’è altro, e per scoprirlo non bisogna guardare solo al perché ma anche al quando. Le persone infatti prendono questo tipo di decisioni in momenti particolari della loro vita, condizionate anche dal paragone con quelli che considerano propri pari (quante volte capita di confrontarsi con gli amici e vedere le differenze abissali tra una situazione e l’altra?) o da dove pensavano di essere a quel punto della loro vita (e quante volte ci si chiede: ma avresti mai pensato di essere in questa situazione alla tua età?).
Focalizziamoci sui momenti.
Alcune scoperte sono prevedibili: nel corso degli anniversari lavorativi la ricerca di un’altra professione tende a crescere. Niente di nuovo sotto il sole. Se sono nella stessa azienda o se ricopro lo stesso ruolo da uno, due o cinque anni, mi verrà spontaneo chiedermi se è veramente quello che voglio fare.
Sono emersi però altri dati che non hanno nulla a che vedere con il lavoro: i compleanni, specie se segnano la mezza età, sono un momento di riflessione importante che spinge a riesaminare anche la propria vita lavorativa e, se non si è soddisfatti, a prendere provvedimenti. Ma anche le occasioni sociali in cui si è costretti a fare i conti con i successi (o gli insuccessi) degli altri e rapportarli ai propri danno una spinta propulsiva al cambiamento.
Per dirla con Brian Kropp, capo dell’affermata società di analisi di Washington che ha condotto i sondaggi:
“The big realization is that it’s not just what happens at work—it’s what happens in someone’s personal life that determines when he or she decides to look for a new job.”
Vale a dire che la grande presa di coscienza è che ciò che accade nella vita lavorativa di una persona è fortemente condizionato da ciò che accade nella sua sfera personale. E spesso è proprio questa a essere determinante.
Inoltre, a prescindere dalle motivazioni che spingono a lasciare il lavoro, i ricercatori sottolineano che, anche qui, prevenire è meglio che curare. Cercare di capire i propri dipendenti, identificare quelli che potrebbero andarsene (e le ragioni per cui potrebbero farlo), e magari provare a ricollocarli all’interno dell’azienda, in un altro ruolo o a condizioni differenti è meglio che aspettare che il lavoratore riceva un’offerta migliore e dover formulare una contro offerta per trattenerlo. Sempre secondo l’articolo di HBR infatti, il 50% di chi accetta una controproposta lascia comunque il posto di lavoro entro 12 mesi.
“It’s almost like when you’re in a relationship and you’ve decided you want to break up, but your partner does something that makes you stick around a little longer”
E’ come nelle relazioni sentimentali, dice Kropp, quando hai deciso di rompere, ma il tuo partner fa qualcosa che ti spinge a tergiversare ancora un po’.
Forse, se i rapporti tra dipendenti e superiori fossero più orientati alla relazione, all’ascolto e allo scambio si innescherebbe un circolo virtuoso per tutti. Forse.
In ogni caso è bene tenere a mente quella che sembra una banalità del senso comune ma spesso corrisponde al vero: un lavoratore soddisfatto non solo non cercherà altre opportunità, ma lavorerà anche meglio.
Commenti recenti